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Scuola e intelligenza artificiale: la sfida è stimolare l’apprendimento



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Come l’intelligenza artificiale può cambiare la scuola? Dianora Bardi, presidente del centro studi Impara Digitale, ha lanciato un progetto di ricerca su questo tema. Risultati: il 74% degli studenti ritiene che l’IA offra una concreta possibilità di arricchimento. Ma quasi uno su tre pensa che lo renderà più pigro o ignorante

Pubblicato il 7 giu 2024

Antonio Palmieri

Fondatore e presidente di Fondazione Pensiero Solido



Scuola e innovazione
Scuola e innovazione

Sono finite le scuole, esami a parte. Del resto, come è noto, “gli esami non finiscono mai”, come da titolo della nota commedia di Eduardo De Filippo…

“Quella era una commedia amara…ma a scuola gli esami finiscono, caro Palmieri. Almeno a scuola, finiscono…”.

È così anche nell’era dell’intelligenza artificiale generativa e conversazionale, gentile Dianora Bardi? Cosa ne dice, in forza della sua esperienza come donna di scuola e presidente del centro studi Impara Digitale?

“Possiamo dire che questo tipo di intelligenza artificiale in effetti può mettere la scuola sotto pressione. Siamo davanti a una grande sfida.”

Lo siamo tutti, in un certo senso, perché l’intelligenza artificiale generativa è una sfida alla nostra umanità, in quanto è una rivoluzione non solo tecnologica ma culturale, che necessita di un grande lavoro di comprensione…

“È così in ogni ambito, certamente. Tuttavia per la scuola lo è anche di più.

Per questo motivo a novembre dell’anno scorso abbiamo lanciato “imparIAmo a scuola con l’Intelligenza Artificiale”, progetto di ricerca coordinato da noi con la partnership tecnica di Edulia Treccani Scuola e Scuola Zoo…”

Quale è lo scopo di questa ricerca, i cui primi risultati avete presentato tre settimane fa?

“Vogliamo capire come l’intelligenza artificiale può cambiare la scuola. Abbiamo deciso di farlo sentendo la voce dei protagonisti di questo cambiamento: studenti e insegnanti. Questo è un un progetto di ricerca per lavorare insieme con le scuole per vedere come applicare l’intelligenza artificiale nella didattica. Daremo I risultati al ministero, perché ne tragga spunti operativi.”

Cosa ne è venuto fuori, finora? Avete fatto quattro mesi di interviste, coinvolto un campione di 1.175 studenti e studentesse, insieme a 136 docenti di 50 scuole in tutta Italia, se dovesse riassumere l’esito dell’indagine, cosa direbbe?

“Direi che nella nostra scuola c’è una conoscenza superficiale dell’intelligenza artificiale, più teorica che pratica e che forte è il divario fra percezione e uso effettivo. Oltre la metà (54%) afferma di non aver mai approfondito il ragionamento su rischi e pericoli. Nonostante una grande maggioranza ne conosca la definizione (76% docenti, 61% studenti), solo il 6% degli studenti ha dichiarato di conoscere a fondo l’IA, il 45% di averne solo una conoscenza base e il 47% di essere moderatamente informato.”

Credo fosse un risultato atteso. Il percorso con cui la scuola italiana troverà una sintesi tra le sue esigenze e il mutato quadro tecnologico non può che essere ancora all’inizio….

“Assolutamente d’accordo. Sarà un cammino appassionante. Ciò che è importante è non averne paura e capire che questa è una straordinaria opportunità per cambiare definitivamente in meglio la scuola italiana.”

Di fronte alla “giungla digitale” conviene quindi scegliere la speranza invece della paura: “Non si tratta di averne paura, ripiegando in un atteggiamento tecnofobico o quanto meno di scetticismo tecnologico, quanto piuttosto di coglierne le potenzialità trasformandole in opportunità per l’umanità”, come hanno scritto Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella nel libro “Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull’Intelligenza Artificiale”…

“Guardi, Impara Digitale è nato proprio per questo. Gli studenti non solo devono comprendere i principi fondamentali dell’IA, ma essere anche capaci di interagire con essa in modo critico e consapevole. Non è più sufficiente essere semplici utilizzatori di tecnologia.”

La retorica dei “nativi digitali” non regge più…

“Esatto, tanto quanto la distinzione tra reale e virtuale. È una visione superata delle tecnologie, dannosa tanto quanto una adozione superficiale delle tecnologie stesse.”

Qualche dato specifico significativo emerso dalla ricerca?

“Per la stragrande maggioranza degli studenti (74%) l’IA offre una concreta possibilità di arricchimento. Tuttavia quasi uno studente su tre (il 32%) crede che l’Intelligenza artificiale lo renderà più pigro o più ignorante…”

Questo dato mi evoca quanto ha scritto Ciro De Florio, docente di logica all’Università Cattolica di Milano, nel libro collettivo da noi curato “Intelligenza artificiale. E noi? Una sfida alla nostra umanità”: “Un mondo di umani intelligenti schiavi di macchine ancora più intelligenti sembra essere davvero solo fantascienza. Forse il rischio sta in un’altra situazione possibile: un mondo di umani resi stupidi dall’uso poco intelligente di macchine stupide. E invece quello che dovrebbe essere un ideale regolativo epistemico, prima ancora che un ideale regolativo etico, è quello di esseri umani resi più intelligenti dall’uso intelligente di macchine che rimangono sostanzialmente stupide.” Questa è la sfida. Anche a scuola. Concorda?

“Certamente! L’uso intelligente è ciò a cui ho fatto riferimento prima. A tal proposito, dalla nostra ricerca deriva che il 69% dei docenti dichiara di utilizzare l’IA per scopi personali, di cui il 54% a scopo didattico. La percentuale di studenti che utilizza l’IA sale invece all’87%: tra questi il 73% a scopo personale, soprattutto per cercare informazioni, elaborare testi, creare immagini, presentazioni, video/musica, il 60% per uso personale e scopo didattico e solo il 26% per uso didattico in accordo con i docenti. Come si vede, abbiamo molto da fare e lo faremo.”

Come?

“La scuola deve governare questo processo. Dobbiamo assicurarci che i benefici di questa tecnologia siano equamente distribuiti per prevenire un ulteriore ampliamento dei divari socio economici nel nostro Paese. Per questo il prossimo passo sarà analizzare proprio come, nelle singole materie, l’IA possa dare un contributo per il miglioramento dell’apprendimento. I ragazzi – per la verità non solo loro – la usano per fare ricerca ma non sono consapevoli della correttezza di quello che viene trovato.”

Esperienze come la vostra oppure come “Programma il futuro”, iniziativa animata dal professor Enrico Nardelli e dal CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica), che già da diversi anni operano per il buon uso della tecnologia, saranno sufficienti a raggiungere l’obiettivo?

“Noi ce la metteremo tutta. Naturalmente un grande aiuto può venire dal buon utilizzo degli investimenti del Pnrr, con il Piano Scuola 4.0. La dotazione infrastrutturale è solo il primo passo. Usare bene gli strumenti dell’IA può consentire di superare la lezione frontale, sulla quale si fonda ancora buona parte della nostra didattica…”

…A tal riguardo, il pedagogista Daniele Novara ha detto che “La lezione frontale si fonda su una grande illusione: gli alunni “devono ascoltare”. Come dimostrano tutte le ricerche neuroscientifiche, bambini e ragazzi apprendono dall’imitazione, dall’interazione sociale con i compagni e nel fare esperienza diretta.”. So che anche lei la pensa così…

“Non mi sono limitata a pensare, ma laddove ho potuto ho praticato questi principi. La via del cambiamento ci viene indicata proprio dal modo in cui imparano i software di intelligenza artificiale. Gli algoritmi di machine learning mettono in connessione tra loro i dati, scovano relazioni tra fatti e concetti, imparano sulla base di un metodo…”

…Non sempre il risultato è corretto, ma non è questo il punto…

“Il punto è capire che anche l’AI è utile per creare un apprendimento che faccia emergere il gusto della domanda, della ricerca, che educhi allo spirito critico, alla connessione e alla collaborazione con gli altri.”.

È un vasto programma?

“No. È l’obiettivo che tutti insieme dobbiamo raggiungere.”

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