IL DIBATTITO

28° Regime, l’Europa non sprechi questa occasione: serve una vera EU Inc, semplice, uniforme, ambiziosa



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Il 28° Regime è una delle partite più importanti per l’innovazione europea. Se ben costruito, può semplificare la vita a founder e investitori e rafforzare la competitività del mercato unico. Se invece resterà un compromesso tra sistemi nazionali, rischierà di deludere le aspettative

Pubblicato il 16 mar 2026

Giorgio Ciron

Direttore InnovUp



Giorgio Ciron
Giorgio Ciron, direttore di InnovUp

L’Europa ha finalmente imboccato una strada che l’ecosistema dell’innovazione chiede da anni. Il 28° Regime, e in particolare l’ipotesi di una EU Inc., non è un tecnicismo per addetti ai lavori: è una scelta politica, industriale e strategica. È il tentativo di dare alle imprese innovative europee quello che oggi ancora manca, cioè una cornice comune, semplice e realmente paneuropea per nascere, raccogliere capitali, attrarre talenti e crescere senza essere frenate, ogni volta, da 27 sistemi diversi. È il cuore del problema europeo. Ed è anche il cuore della possibile soluzione.

28° Regime, il mercato unico per l’innovazione

Per anni abbiamo ripetuto che il mercato unico, per l’innovazione, è rimasto troppo spesso un’aspirazione più che una realtà. Una startup che nasce in Europa continua a muoversi in un contesto frammentato: diritto societario, pratiche di registrazione, strumenti di investimento, stock option, gestione delle crisi, relazioni di lavoro, passaggi amministrativi. Tutto cambia da Paese a Paese. E tutto questo si traduce in un costo competitivo enorme. Mentre negli Stati Uniti una società può crescere dentro un quadro riconoscibile dagli investitori e dai founder in tutto il Paese, in Europa chi vuole scalare oltreconfine si trova ancora davanti una sequenza di ostacoli, tempi morti, duplicazioni, oneri di compliance e incertezze legali. È precisamente questa la distorsione che il 28° Regime nasce per correggere. 

Il rischio di un nuovo apparato normativo pesante

Da questo punto di vista, la bozza di regolamento che la Commissione europea si appresta a portare avanti ha un valore importante. È il segnale che la direzione, finalmente, è stata tracciata. Come EconomyUp ha già scritto, la proposta si presenta come una nuova forma societaria armonizzata, contenuta in un impianto normativo molto strutturato, con 107 articoli, un allegato sul contenuto minimo dello statuto e l’ambizione di semplificare la vita a startup e scaleup nel mercato unico. Ma è proprio qui che emerge il punto decisivo: la semplificazione promessa rischia di trasformarsi, se non si sta attenti, in un nuovo apparato normativo pesante, complesso e compromissorio. 

InnovUp guarda a questo cantiere con favore, ma anche con realismo. Il favore nasce da due elementi che vanno riconosciuti con nettezza. Il primo è la scelta dello strumento regolamentare: un regolamento europeo, per sua natura, può garantire un grado di uniformità applicativa più alto rispetto ad altre soluzioni e risponde a una richiesta che l’ecosistema porta avanti da tempo. Il secondo è che la cornice venga pensata in modo ampio, non rinchiusa dentro una definizione troppo stretta e burocratica di startup o scaleup. Se si vuole costruire davvero un’infrastruttura giuridica moderna per l’innovazione europea, bisogna evitare recinti artificiosi: servono strumenti utilizzabili dalle imprese innovative in senso largo, lungo tutto il loro percorso di crescita.

Che cosa manca per avere una vera EU Inc.

Ma proprio perché siamo davanti a un’opportunità storica, non possiamo permetterci di accontentarci di una mezza misura. Lo statement diffuso in questi giorni da EU–INC, Allied for Startups ed European Startup Network lo dice in modo molto netto: il rischio è che, invece di creare un vero 28° Regime, si costruisca una formula solo nominalmente europea, ma in realtà ancora dipendente da registri nazionali, interpretazioni nazionali e contenziosi nazionali. In quel caso non avremmo una vera EU Inc., ma ventisette varianti della stessa sigla. E questo significherebbe non risolvere la frammentazione, bensì certificarla. Lo statement chiede tre cose molto concrete: un registro comune a livello UEun meccanismo centralizzato di risoluzione delle controversie e una soluzione davvero nuova, autonoma, disegnata come standard europeo e non come collage di eccezioni nazionali. 

Per InnovUp la parola d’ordine resta semplificare

È una posizione che merita attenzione, perché centra il punto politico della partita. Il test, in fondo, è semplice: la nuova forma societaria europea offrirà davvero agli imprenditori e agli investitori un grado di certezza e standardizzazione paragonabile ai migliori benchmark internazionali? Oppure lascerà sopravvivere proprio quei margini di incertezza che oggi spingono molti founder europei a guardare altrove per incorporarsi, raccogliere capitali o strutturare la governance? Se il risultato sarà una soluzione solo parzialmente armonizzata, l’effetto rischia di essere deludente: molta retorica sul mercato unico, poca reale convenienza a usarlo. 

Per InnovUp il punto non è ideologico. È pragmatico. Una cornice societaria armonizzata e realmente digital-only può ridurre la frammentazione che oggi rallenta la nascita e soprattutto la crescita di startup e scaleup europee, aumentando costi di conformità e complessità operative quando si prova a scalare oltreconfine.

Ma per essere davvero trasformativa deve restare coerente con il suo obiettivo originario: semplificare, non aggiungere ulteriori strati di complessità; abbreviare i tempi, non introdurre nuove intermediazioni; digitalizzare integralmente, non mantenere passaggi che nella pratica riportano tutto dentro vecchie procedure nazionali.

Un punto delicato: la costituzione di una società in 48 ore

Questo vale in particolare per uno dei capitoli più delicati: la promessa della costituzione online entro 48 ore e a costi contenuti. L’obiettivo indicato nel dibattito europeo è positivo e va difeso, perché dà la misura di una volontà politica finalmente orientata alla velocità e alla facilità d’uso. Ma sappiamo bene che il diavolo è nei dettagli dell’implementazione.

Se il testo finale dovesse mantenere un controllo formale e sostanziale in capo ai notai, o a presidi equivalenti, il problema non sarebbe tanto il principio quanto l’effetto pratico nei singoli Paesi. In Italia, ad esempio, sarebbe essenziale evitare che questo si traduca in un aumento di tempi, costi e complessità tale da svuotare l’ambizione iniziale. In altre parole: non basta scrivere “digital-only” in una norma europea, bisogna garantire che quella promessa resti vera anche quando atterra nelle amministrazioni e nelle procedure nazionali. 

Il 28° Regime non può essere un intervento isolato

C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato. Il 28° Regime non può essere letto come un intervento isolato. EconomyUp ha ricordato giustamente che questo cantiere si colloca dentro una strategia più ampia, quella della EU Startup and Scaleup Strategy, in cui il 28th Regime dialoga con altri dossier cruciali: stock option, cost of failure, diritto del lavoro, innovation policy, mercati dei capitali, appalti, sandbox. Non stiamo discutendo soltanto di una nuova forma societaria, ma di come l’Europa prova a diventare un ambiente più competitivo per chi innova.

Ed è qui che la questione assume un significato ancora più profondo. Perché oggi il 28° Regime riguarda sì startup e scaleup, ma in realtà parla della sovranità tecnologica europea. Senza una linea comune, senza strumenti all’altezza, senza una volontà politica chiara di fare massa critica, l’Europa rischia di rimanere intrappolata in una contraddizione: avere talenti, ricerca, capacità imprenditoriale, ma non riuscire a trasformarli con sufficiente velocità in campioni globali. Non basta dire che vogliamo più innovazione. Dobbiamo costruire le condizioni giuridiche, amministrative e finanziarie perché questa innovazione possa nascere, crescere e restare in Europa.

Servono programmi europei stabili e ambiziosi

Per questo InnovUp sostiene che, accanto all’attuazione rapida ed efficace del 28° Regime, servano anche programmi europei ambiziosi, stabili e coordinati, capaci di mobilitare capitale pubblico e privato lungo tutta la filiera: startup, scaleup, ricerca, trasferimento tecnologico. La scala conta. Conta nei capitali, conta nel mercato, conta nella capacità di attrarre competenze e investitori. E su questo nessun Paese membro, da solo, può colmare il divario con Stati Uniti e Cina. L’errore più grave sarebbe pensare che basti un intervento normativo, senza accompagnarlo con una politica industriale e dell’innovazione coerente.

In questo senso, il 28° Regime va visto come una infrastruttura abilitante. Non risolverà da solo tutti i problemi dell’ecosistema europeo, ma può cambiare il terreno di gioco. Può dare un segnale di credibilità ai founder. Può rendere più leggibile l’Europa per gli investitori internazionali. Può ridurre attriti che oggi appaiono normali solo perché li abbiamo tollerati troppo a lungo. E può affermare un principio fondamentale: che il mercato unico, almeno per le imprese innovative, deve diventare finalmente qualcosa di più di uno slogan.

La domanda ora è: quale 28° Regime vogliamo?

Ecco perché oggi la vera domanda non è se serva o meno una EU Inc. La domanda è quale EU Inc. vogliamo. Una formula timida, piena di rinvii, eccezioni, filtri nazionali e compromessi? Oppure una soluzione davvero europea, costruita per funzionare, per essere adottata, per diventare uno standard? È su questo crinale che si giocherà la credibilità dell’intera operazione.

La bozza attuale è un passo avanti. Ma non basta muoversi nella direzione giusta: bisogna arrivare con coraggio alla destinazione. Se l’Europa vuole essere un luogo in cui le imprese innovative possano davvero nascere e crescere più facilmente, allora il 28° Regime deve restare fedele alla sua promessa iniziale: uniformità, semplicità, velocità, piena operatività online. Tutto ciò che annacqua questi principi rischia di trasformare una svolta potenziale in un’occasione sprecata.

InnovUp continuerà a sostenere questo percorso con spirito costruttivo, ma anche con l’attenzione critica che il momento richiede. Perché la posta in gioco non è solo una nuova etichetta giuridica. È la capacità dell’Europa di prendere sul serio la propria ambizione industriale e tecnologica. E di dimostrare, una volta per tutte, che fare impresa innovativa nel mercato unico può essere più semplice, non più complicato.

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