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Tokenizzazione: che cos’è e perché i token stanno cambiando finanza e imprese



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Tokenizzazione e token: cosa sono, come funzionano, tipologie e casi d’uso. Focus su opportunità (frazionamento, efficienza) e rischi (diritti, regole, custodia, compliance)

Pubblicato il 4 feb 2026



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Tokenizzazione

Oggi la tokenizzazione non è più solo un tema “crypto”, ma un punto importante dell’agenda di banche, asset manager e regolatori.
In Italia, la ricerca degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano segnala una ripresa di attenzione concreta: il mercato blockchain vale 38 milioni di euro e il 62% degli investimenti si concentra nel settore finanziario.
Sempre secondo l’Osservatorio, 2,8 milioni di italiani detengono crypto-asset, un indicatore della base “culturale” su cui poggia anche il dibattito su token e asset digitali. A livello globale, alcune stime di scenario sono ambiziose: il report BCG–ADDX parla di una potenziale traiettoria fino a 16,1 trilioni di dollari entro il 2030 per gli asset tokenizzati.
Ma la partita vera si gioca su regole e responsabilità: senza un legame giuridico solido tra token e sottostante, la tokenizzazione resta un’etichetta tecnologica.
È con questa lente — opportunità industriali, vincoli regolatori, rischi operativi — che vale la pena rispondere alle domande di base: cos’è la tokenizzazione e cosa sono i token.

Cos’è la tokenizzazione: non “mettere online” un bene, ma rendere digitale un diritto

Per tokenizzazione si intende la rappresentazione digitale di un bene o di un diritto (ad esempio un’azione, un’obbligazione, una quota di fondo, ma anche asset non finanziari) su un’infrastruttura che consente registrazione e trasferimento in modo tracciabile. In ambito finanziario, la definizione più ricorrente è quella che lega la tokenizzazione alla rappresentazione digitale di strumenti finanziari regolamentati e denaro su un registro distribuito, in modo che il token “rifletta” il diritto di proprietà o altre prerogative sull’attività sottostante.

Per capire la portata (e i limiti) del concetto, è utile un punto fermo: il token non è automaticamente “il bene”. È un oggetto digitale che incorpora e rende trasferibili determinati diritti (economici, di governance, di utilizzo), ma la sua efficacia dipende da come questi diritti sono definiti, riconosciuti e fatti valere (contratti, regole di emissione, infrastruttura di mercato, presidi di custodia e compliance). È anche per questo che, come mostrano analisi e discussioni di mercato, la tokenizzazione cresce soprattutto dove esistono già regole e attori in grado di garantire “agganci” robusti tra digitale e mondo reale (emittenti, infrastrutture, intermediari).

Cosa sono i token: tipologie, fungibilità e differenza tra “token” e “asset tokenizzato”

Un token è un’unità digitale registrata su un’infrastruttura (spesso blockchain o DLT) che può essere creata (“emessa” o “coniata”) e poi trasferita tra soggetti. Nel linguaggio comune si mettono spesso nello stesso calderone token “finanziari”, token “di utilità” e token “collezionabili”, ma per orientarsi servono almeno tre distinzioni:

  • Fungibili vs non fungibili: i token fungibili sono intercambiabili e divisibili (come quote standard), i non fungibili (NFT) sono unici e tipicamente non intercambiabili “uno a uno”.
  • Token che danno accesso (utility) vs token che rappresentano diritti economici/finanziari (in molti casi assimilabili a strumenti finanziari, quindi con un perimetro regolatorio più stringente).
  • Crypto-asset “nativi” (nati nel mondo crypto) vs tokenizzazione di strumenti esistenti (titoli/quote/strumenti già regolati che vengono “portati” su DLT): qui la differenza non è solo tecnica ma di infrastruttura e compliance, perché entrano in gioco regole dei mercati, custodia, settlement, trasparenza e tutele.

    Gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano evidenziano come molte iniziative di tokenizzazione (specie su asset finanziari) siano ancora in fase sperimentale e come la finanza resti un motore centrale dei progetti basati su blockchain e Web3.

Perché la tokenizzazione interessa imprese e mercati: vantaggi reali e rischi da non sottovalutare

Le promesse più citate della tokenizzazione sono tre: frazionamento, efficienza operativa e (in prospettiva) maggiore liquidità. Frazionare significa rendere “acquistabili” porzioni più piccole di asset tradizionalmente poco accessibili; l’efficienza riguarda l’automazione di processi (emissione, trasferimenti, riconciliazioni, corporate actions) e, nei casi più evoluti, una catena più corta tra negoziazione e regolamento.

Detto questo, i rischi sono strutturali e spesso ignorati nella narrazione “tech”:

(a) certezza giuridica e qualità del legame tra token e sottostante (che cosa possiedo davvero e come lo faccio valere?)

(b) frammentazione tra piattaforme e scarsità di liquidità reale se non c’è massa critica

(c) custodia e sicurezza (chiavi, wallet, ruoli e responsabilità)

(d) tutele per investitori e integrità del mercato: non a caso organismi internazionali come IOSCO richiamano esplicitamente temi di investor protection e market integrity nella tokenizzazione di asset finanziari.

Sul fronte europeo, inoltre, la sperimentazione “in regola” passa anche da cornici come il DLT Pilot Regime, che consente a operatori autorizzati di testare trading e settlement di strumenti finanziari tokenizzati entro soglie e condizioni definite: è un tassello importante perché sposta il tema dalla sola innovazione tecnologica alla costruzione di infrastrutture di mercato che possano scalare.

Tokenizzazione: i casi d’uso

I casi d’uso che contano oggi sono soprattutto quelli dove la tokenizzazione promette benefici misurabili e dove si può costruire un ponte robusto tra token e diritti. Tre esempi utili per orientarsi.

(1) Fondi e strumenti di liquidità: IOSCO, nel suo lavoro più recente, cita tra i casi osservati l’uso di tokenized money market funds, un ambito dove la domanda di efficienza e rapidità di regolamento è reale e la qualità del sottostante è relativamente standardizzabile.

(2) Obbligazioni e fixed income: sempre IOSCO include i fixed income instruments tra gli esempi di tokenizzazione già oggetto di sperimentazioni e implementazioni commerciali, perché qui l’automazione di emissione, gestione cedole e corporate actions può ridurre attriti operativi.

(3) Real asset (immobili, infrastrutture, crediti) e supply chain dei diritti: è l’area che fa più gola (frazionamento e accesso), ma anche quella dove il valore dipende totalmente dalla “tenuta” legale e operativa del collegamento tra token e bene/diritto sottostante; non a caso, l’attenzione regolatoria è altissima sui rischi di market integrity e investor protection quando la tokenizzazione entra nei mercati dei capitali.

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