“Ecco perché le aziende tornano a produrre in Italia”

Dal 1997 a oggi un’ottantina di produzioni hanno fatto marcia indietro. Luciano Fratocchi (Uni-CLUB MoRe Back-reshoring): “I motivi principali? L’aumento dei costi, l’effetto made in e la necessità di rispondere rapidamente ai mercati”. Ma non c’è solo la rilocalizzazione. Cresce anche il near reshoring, l’avvicinamento delle imprese al Paese di provenienza

LA BUONA ECONOMIA

di Maurizio Di Lucchio

Delocalizzare? Sì, ma in Italia. Se la globalizzazione ha spinto centinaia di aziende a trasferirsi all’estero, tra la Cina, il Sudest asiatico e l’Europa orientale, negli ultimi anni c’è stato anche il fenomeno opposto: la rilocalizzazione (definita tecnicamente "back reshoring").  Decine di aziende fanno dietrofront e riaprono gli stabilimenti in Italia perché il vantaggio economico del produrre all’estero è diminuito e i mercati richiedono molto più spesso prodotti 100% made in Italy. A studiare il fenomeno, dal 2010, è Uni-CLUB MoRe Back-reshoring, un gruppo di ricerca interuniversitario di cui fanno parte docenti delle Università di Catania, L’Aquila, Udine, Bologna e Modena-Reggio Emilia.

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Secondo gli studi di Uni-CLUB MoRe Back-reshoring, dal 1997 al 2013 le linee produttive riportate in Italia sono state 79, la maggior parte delle quali negli ultimi cinque anni, in piena Grande Crisi. Nel 2009, per esempio, sono stati contati 16 casi. L’anno scorso, invece, i ritorni sono stati undici. Così come nel 2011. Numeri che pongono l'Italia al primo posto tra i Paesi europei in cui si sono verificati più dietrofront.

Tra i settori più interessati dai rimpatri ci sono stati l’abbigliamento e l’arredamento, due punte di diamante del made in Italy. Cosa spinge alcuni imprenditori italiani a ritrasferire in patria le produzioni portate all’estero? Lo abbiamo chiesto a Luciano Fratocchi, docente di Ingegneria economico-gestionale all’Università dell’Aquila e componente di Uni-CLUB MoRe Back-reshoring.

Professore, cos’è il back reshoring?
Si può parlare di back reshoring quando una produzione delocalizzata ritorna nel Paese di provenienza. Questo ritorno può riguardare due tipologie di produzione: la prima, quando un’azienda italiana apre uno stabilimento all’estero – per esempio, in Cina o in Polonia – e poi fa dietrofront; la seconda, quando un’impresa che si faceva fornire da un soggetto estero sceglie di riportare la fornitura.

Nelle vostre analisi parlate anche di near reshoring: di cosa si tratta?
È un fenomeno che consiste nel riavvicinarsi al Paese di provenienza. Per esempio, un’azienda italiana che ha aperto uno stabilimento in Cina decide di lasciare l’Asia ma non fa ritorno in Italia, perché la giudica troppo costosa, e si insedia, per esempio, in Polonia. Questa tendenza può essere essere interessante anche per noi, in quanto alcune aziende straniere scelgono di fare near reshoring in Italia, soprattutto per quanto riguarda la fornitura. Un esempio che ha fatto scuola è Ikea, che per alcune componenti di arredo si è spostata da fornitori del sudest asiatico a fornitori italiani. Un altro caso è Aquascutum, azienda inglese di abbigliamento che ha deciso di affidarsi a imprese fornitrici italiane. Fuori Italia, invece, è noto che un colosso come Zara ha riportato in Portogallo alcune produzioni.

Perché le aziende rilocalizzano?
I motivi sono vari. C’è chi lo fa per saturare la capacità produttiva degli stabilimenti in Italia. Altri invece fanno questa scelta per il cosiddetto “effetto made in”, ovvero puntano sulla maggiore qualità dei prodotti realizzati in Italia: è il mercato a chiederlo. Un caso esemplare è quello di And Camicie, che ha riportato in Veneto una parte della produzione perché un importante partner cinese della distribuzione si era detto disposto a distribuire i prodotti dell’azienda in numerosi centri commerciali solo a patto che il 100% della filiera produttiva fosse made in Italy.

Le imprese italiane che hanno delocalizzato, lo hanno fatto soprattutto per risparmiare sui costi della manodopera. È ancora così abissale la differenza tra Italia e Cina?
I costi del lavoro aumentano ovunque, anche in Cina. E lo stesso si può dire dei costi della logistica: crescono i costi del trasporto fisico delle merci, dello stoccaggio e dell’anticipazione dei tempi di invio dell’ordine. Molti, in Cina, si fanno pagare in anticipo. Per non parlare poi delle dimensioni: i cinesi considerano come misura minima per le spedizioni il container. Chi ha bisogno di lotti più piccoli si trova in difficoltà. Per tutti questi motivi produrre così lontano risulta molto meno conveniente che in passato.

Secondo le vostre ricerche, a motivare verso il rimpatrio sono anche i ritardi nella consegna della merce e il miglioramento del servizio al cliente. A cosa vi riferite in particolare?
Prendiamo ancora una volta come esempio Zara, che rinnova il proprio catalogo ogni tre mesi e non ogni sei come fanno invece molti altri concorrenti. Se consideriamo che i gusti dei clienti cambiano molto velocemente e che una nave veloce dalla Cina impiega circa un mese per arrivare in Europa, come può un gruppo come Zara effettuare una modifica rapida della propria produzione in base alle esigenze della clientela se per evadere ogni ordine passano più di 30 giorni? Per essere competivi, è necessario impiegare un tempo più breve e rispondere rapidamente ai mercati: dal Sudest asiatico è molto più complicato. E Zara non è l’unica azienda che considera la velocità di risposta ai clienti un fattore di competitività.

Perché questo periodo è più favorevole alla rilocalizzazione rispetto al passato?
I consumatori hanno maggiori conoscenze, sono più informati. Non si accontentano più del fatto che solo l’ultima fase di produzione sia fatta in Italia per essere considerati “italiani”. In un momento in cui il reddito a disposizione è minore, si tende a spenderlo con più attenzione. Il cliente pensa: se devo comprare un prodotto made in Italy, voglio che sia fatto interamente in Italia.

Quanto è difficile per un’azienda ritornare a produrre in Italia?
Non è una passeggiata. Anzi, a volte è molto complicato perché chi ha chiuso in Italia deve ricreare una squadra, ristabilire rapporti di fornitura e, soprattutto andare alla ricerca del know how perduto al momento della delocalizzazione. Non è certamente una decisione che si prende dall’oggi al domani.

Cosa manca per fare in modo che in Italia il back reshoring abbia un impatto simile a quello degli Usa, dove nel 2013 il numero di nuovi posti di lavoro creati grazie alla rilocalizzazione è stato superiore, anche se di poco ai posti perduti a causa della delocalizzazione?
Negli Usa il movimento culturale intorno al reshoring è più attivo. Nel 2012 il presidente Obama ha organizzato un evento alla Casa Bianca per celebrare le aziende rimpatriate. Da un punto di vista comunicativo, questi imprenditori sono stati presentati come eroi nazionali. Sotto questo aspetto l’Italia, che pure vanta il record di rilocalizzazioni in Europa, potrebbe e dovrebbe fare molto di più.

Cosa si dovrebbe fare dal punto di vista politico per incentivare i ritorni?
Bisogna fare quegli stessi interventi di politica industriale necessari a rendere più attrattivo il Paese per gli investimenti: semplificazione amministrativo-burocratica, incentivi fiscali, certezza dei tempi della giustizia. In più, nello specifico, occorre tutelare il made in Italy con un apposito marchio e applicarlo ai prodotti che prevedono almeno tre fasi produttive in Italia.