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FUTURO PROSSIMO

Siamo abbastanza affamati da cogliere le opportunità del foodtech?

di Eugenio Niccolini

05 Lug 2017

Nuove tecnologie permettono di produrre carni senza allevare più gli animali. Nei prossimi dieci anni vedremo cose straordinarie. L’Italia è percepita come la patria del food di qualità ma il Made in Italy deve trovare alleati internazionali. Che portino risorse finanziarie e la capacità di andare sui mercati globali

Più grande è la sfida, maggiori sono le opportunità. Dunque qual è la principale sfida della nostra epoca? In un mondo con risorse limitate e una popolazione che è passata da 1,5 a 6,1 miliardi tra il 1900 e il 2000, molti direbbero “ci sarà da mangiare per tutti?”. È sempre più evidente quanto l’attuale processo con cui otteniamo le proteine ​​animali non sarà più in grado di sostenere le esigenze alimentari dell’intera popolazione se si continuerà così. Questo dilemma si palesava già all’inizio del secolo scorso e leader visionari, come lo era Churchill, non solo ne erano consapevoli ma cercavano anche di indicare la giusta direzione da seguire. Nel 1931 Churchill, infatti, scrisse: “Dovremmo abbandonare l’assurdità di allevare un intero pollo per mangiarne solo il petto o l’ala, producendo queste parti separatamente attraverso un sistema innovativo”. L’idea di Churchill di produrre un pollo senza l’animale può sembrare lontana anche per i nostri tempi, ma vi assicuro che in realtà ci siamo già.

Oltre il modello superato dell’allevamento

Le nuove tecnologie disponibili sul mercato, insieme alla crescente consapevolezza sui temi riguardanti la sostenibilità, stanno rendendo l’industria del foodtech uno dei settori più interessanti in assoluto. Di fatto, siamo testimoni della nascita di numerose società che puntano a rivoluzionare l’ormai obsoleto modello di produzione basato sull’allevamento.

Fondi di Venture Capital (VC) specializzati supportano e guidano la crescita di questa tipologia di società. Un buon esempio può essere Khosla Ventures, abbondantemente finanziato dalla Fondazione di Bill&Melinda Gates. Khosla è attivo da 13 anni e ha supportato società come Impossible Foods in tutte le varie fasi di sviluppo, che vanno dalla creazione di un prototipo fino all’effettivo lancio sul mercato. Passaggio, quest’ultimo, che sicuramente non è da prendere sotto gamba considerando che la società produce carni e formaggi interamente realizzati dalle piante! A marzo 2017, Impossible Foods ha aperto il suo primo impianto di produzione in larga scala in grado di produrre carne di origine vegetale per 4 milioni di Impossible Burgers al mese.

Un altro importante player del settore è SOS Ventures (SOSV). Fondato nel 1995, SOSV ha in gestione circa $ 300M e, con un IRR del + 30% registrato nei suoi vent’anni di attività, si posiziona nel 5% dei migliori fondi di venture al mondo. SOSV ha lanciato in giro per il mondo sette programmi di accelerazione ciascuno focalizzato su uno specifico settore. I settori in questione spaziano dalla biologia sintetica, a dispositivi sia software che hardware. SOSV ha ulteriormente alzato l’asticella in quanto molte delle sue società stanno “tagliando fuori” l’animale dal processo di produzione del cibo, andando di fatto a realizzare quella che era LA visione di Churchill. È questo il caso di Memphis Meat e Clara Foods, che stanno producendo i primi hamburger e le prime uova senza l’animale. In questo caso il lancio sul mercato potrebbe non essere immediato, ma è solo una questione di tempo prima di trovare questi prodotti sui nostri scaffali.

È certo che vedremo accadere qualcosa di straordinario nell’industria del Food nei prossimi 10 anni. Detto ciò, questa nuova tipologia di prodotto non necessariamente andrà a sostituire tutto ciò che mangiamo ora ma anzi, avrà luogo un processo di integrazione tra il nuovo e il vecchio modello. Questa nuova generazione di cibi andrà a ricoprire il mercato di massa migliorando notevolmente la qualità dei prodotti stile fast food. Quindi, non solo continueremo ad avere la possibilità di andare a Firenze e gustarci una meravigliosa fiorentina, ma sarà ancora più probabile che la carne che andremo a mangiare sarà di qualità ancora superiore a quella che troveremmo oggi, dato che gli allevamenti saranno portati a competere sempre più sulla qualità che sulla quantità!

Se usato correttamente, il potere che la scienza ci mette a disposizione potrebbe avere un forte impatto sulla qualità del cibo che mangeremo (a tutti i livelli), sulla salute della popolazione, sulla qualità della vita degli animali allevati a finalità alimentari, e sulla sostenibilità mondiale.

La rivoluzione dell’industria del food è imminente, ma chi guiderà il cambiamento?

La Silicon Valley giocherà sicuramente un ruolo importante ma ci sono anche Paesi, la cui eccellenza in ambito Food è rinomata in tutto il mondo, che avranno l’opportunità di influenzare profondamente questa rivoluzione. Data la sua tradizione e cultura, l’Italia può certamente giocare un ruolo da protagonista. Abbiamo un eccellente mix di player consolidati e di giovani aziende. Due esempi potrebbero essere Barilla, che nel 2009 ha lanciato il Barilla Center for Food & Nutrition Foundation (BCFN) con l’obiettivo di analizzare i principali temi relativi al cibo e nutrizione nel mondo, e Hi-Food, un azienda di 4 anni basata all’Università di Parma che sviluppa ingredienti naturali-funzionali con tecnologie che non hanno nulla da invidiare alle migliori start-up della Silicon Valley.

Anche se siamo a buon punto, manca ancora qualcosa per essere realmente competitivi nel mondo di oggi. Il DNA della cultura aziendale Italiana ha sempre ruotato intorno alle piccole e medie imprese. Questo modello, che si focalizza maggiormente sulla qualità del prodotto piuttosto che sulla crescita frenetica dei volumi, ci ha permesso di rendere il marchio “Made in Italy” sinonimo di qualità, sicurezza e affidabilità. Pur avendo riscosso un notevole successo negli ultimi decenni, il modello Italiano deve sapersi adattare a questa nuova era in cui i mercati tendono a diventare sempre più globali. Il modo migliore a mio avviso sarebbe quello di collaborare con i grandi operatori americani ed attaccare il mercato insieme. Noi siamo sempre stati capaci di creare prodotti di valore e loro sono probabilmente i migliori in assoluto nel commercializzarli nel modo giusto.

I fondi americani di VC investiranno sul food made in Italy?

I fondi di VC statunitensi fanno della “portata globale” il loro punto di forza. Ricercano e valutano opportunità di investimento indipendentemente dai confini geografici e a volte arrivano a costruirsi i propri incubatori in loco per garantirsi le migliori opportunità. La domanda è: investirebbero in Italia, percepita dai molti come la patria del Food, qualora ne vedessero l’opportunità? Ovvio che sì! Ma la nostra esperienza ci dice che è molto difficile rendersi conto che con il partner giusto si potrebbero facilmente investire grandi quantità di denaro per lanciare un incubatore nel nostro paese. Parliamo di fondi che investono decine di milioni su ciascuna delle società che hanno in portafoglio. La nostra propensione a focalizzarci sul prodotto apporterebbe al loro modello molta più efficienza. Detto questo, la fortuna aiuta gli audaci ed è il momento di rompere il ghiaccio! I fondi VC investono ovunque vedano l’opportunità e ad oggi ci sono troppi Paesi con un ecosistema più sviluppato del nostro. Dobbiamo cominciare a pensare più in grande se abbiamo intenzione di avere successo in questo specifico periodo storico. Dobbiamo costruire un solido ecosistema VC ed essere quanto più aperti possibile a collaborare con chi sta guidando l’innovazione. L’Italia ha la cultura, le risorse e il talento umano per guidare l’imminente rivoluzione dell’industria alimentare. Siamo affamati abbastanza per divorare quest’opportunità?

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Eugenio Niccolini
Analista di U-Start

Laureato in Economia alla Cattolica di Milano, è analista di U-Start, società di advisory per il matching fra investitori e startup a livello internazionale

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