ESM: ogni startup europea crea 13 posti di lavoro, ma l'Italia si ferma a 7

L'European Startup Monitor rileva che le nuove imprese di Ue e Israele sono giovani (25-34 anni di media), raccolgono finanziamenti (2,5 milioni in media), creano occupazione e sono fondate soprattutto da uomini (le donne sono il 14,7%). Il nostro Paese è ultimo per internazionalità dei team: il 97,8% dei founder è italiano

Il report

di Maurizio Di Lucchio

Età media degli startupper tra i 25 e i 34 anni, 12,9 posti di lavoro creati in media da ciascuna startup dopo 2 anni e mezzo, pochissime nuove imprese fondate da donne (solo il 14,7%), 2,5 milioni di euro già raccolti in media come finanziamenti dall’esterno.

Questi sono soltanto alcuni dei dati più significativi del primo European Startup Monitor (ESM), uno studio sull’ecosistema europeo condotto dalla German Startups Association (in collaborazione con altre associazioni nazionali e locali di startup) e promosso da Google, KPMG e Telefonica Germany.

La ricerca ha preso in considerazione oltre 2.300 startup da 15 Paesi Ue e da Israele, che rappresentano più di 31 mila dipendenti. In questa fotografia, l’Italia fa la figura dello studente volenteroso ma che ha ancora pochi mezzi. Da una parte, il nostro Paese primeggia per numero di componenti dei team (3,1) ed è tra quelli che in percentuale mira a fare più assunzioni nel 2016 (+5,1 unità, pari al +118%, contro il +66% della media, partendo però da un numero di dipendenti pari a 4,3, contro i 10,3 delle startup dell’ESM). Complessivamente, tra dipendenti e founder, la media italiana di occupati nelle startup è di 7,4. Dall’altra, l'Italia è una delle realtà in cui ci sono meno risorse finanziarie a disposizione: per esempio, solo il 9,3% delle startup italiane è riuscita a ottenere un finanziamento compreso tra 1 e 5 milioni di euro (contro una media complessiva del 14,3%).

L’ESM, che parte dalle caratteristiche “anagrafiche” dei team, ha rilevato che la maggior parte delle startup europee è fondata da team che hanno tra i 25 e i 34 anni (anche in Italia, il 49,5% delle società è composta da persone che rientrano in questa fascia). Le donne fondatrici, come detto, sono purtroppo ancora una minoranza: 14,7% di media. La percentuale è ancora più bassa nel nostro Paese: 13,5%. Solo la Germania (12,9%) e la Repubblica Ceca (con un sorprendente 0%) fanno peggio di noi.

Mentre la composizione dei team in Europa è sempre abbastanza internazionale (11,9% dei fondatori e 31,6% dei dipendenti provengono da Paesi diversi da quello in cui ha sede la startup), in Italia la tendenza è molto più “patriottica”: il 97,8% dei fondatori è italiano, l’1,6% proviene da Paesi Ue e solo lo 0,5% è extracomunitario. Deteniamo il record in negativo.

Quanto invece alla presenza delle startup sui mercati, una società su due agisce a livello internazionale e otto su dieci prevedono di espandersi ulteriormente nel 2016. Livelli simili per l’Italia, dove il tasso di internazionalizzazione delle startup è pari al 43,1% e quello programmato per il 2016 è del 90,2%.

Più del 90% dei founder sono soddisfatti della situazione in cui versa il propio business e sette su dieci (il 72%) prevedono sviluppi positivi per il futuro.

Cosa cercano le startup europee? Clienti, finanziamenti e ulteriore sviluppo dei propri prodotti e servizi. In Italia, come prevedibile, ciò di cui le nuove imprese innovative hanno più bisogno è il supporto finanziario: 37,8%, contro il 34,4% delle media Esm. Anche perché se mediamente le startup europee hanno raccolto 2,5 milioni di euro in finanziamenti da parte di investitori esterni e mirano a raccoglierne altri 3,3 entro i prossimi 12 mesi, nel nostro Paese il 41,3% delle aziende ha ottenuto finanziamenti tra 150 mila euro e 1 milione, contro il 33,9% di media europea. Solo lo 0,6% è riuscita ad avere oltre 5 milioni di finanziamento, contro il 4,2% Esm.

Anche in termini di fatturato, c’è differenza tra l’Italia e la media dei 15 Paesi Esm: per esempio, il 10,3% delle startup italiane ha avuto ricavi nel 2014 tra 150 e 500 mila euro, mentre in Europa questo giro d’affari è stato raggiunto dal 21% delle società.

Potrebbe far piacere scoprire che la famosa “cultura del fallimento” tanto elogiata in Silicon Valley sta prendendo piede anche in Europa e in Italia. Sette founder su dieci (69,9% Esm, 70,7% Italia), in caso di fallimento della loro attuale startup, ne fonderebbero un’altra, mentre solo l’11,6%, tra gli italiani, vorrebbe fare il dipendente dopo un’esperienza imprenditoriale andata male.

L’ecosistema italiano sta maturando intorno a Roma e Milano e ha un numero di startup innovative che sta crescendo”, scrive sul rapporto Gianmarco Carnovale, presidente di Roma Startup, associazione che ha collaborato alla realizzazione dell’indagine. “I problemi sono vari, tra cui, l’iper-regolamentazione, la presenza di troppi incubatori e la scarsità di acceleratori e venture capital. Ma lo spazio per l’innovazione c’è e gli imprenditori che tornano dall’estero possono dare più internazionalità al panorama startup italiano e aiutare l’ecosistema a crescere ulteriormente”.