2016, ecco perché sarà l'anno dell'open innovation

"Il nuovo imperativo per creare e trarre profitto dalla tecnologia", così la definisce il professore di Harvard che coniò il termine. Nel nuovo anno sarà l'imperativo per tutto il sistema economico che ha bisogno di agganciare la ripresa. Anche "usando" le startup. Perché qui si fa l'Italia digitale o... si muore

LA SVOLTA

di Giovanni Iozzia

Il 2016 non sarà, o meglio non potrà essere, un anno come un altro. La congiuntura economica, politica, sociale e tecnologica ci costringe a mettere il turbo: qui o si fa l’Italia digitale o si muore, si potrebbe dire con fare garibaldino stressando un motto storico. E fare l’Italia digitale non significa certo aprire quell’account social finora visto con diffidenza o aggiornare il vecchio sito che non gira sugli smartphone. Non si può più rinviare la trasformazione digitale nella gestione, nell’organizzazione, nella produzione, nella distribuzione. Non possono più farlo le aziende, grandi, medie o piccole che siano, non può tanto meno farlo lo Stato.

Le persone sono pronte, le aziende no e quindi si autoconvincono che “il mercato non è maturo”, che “il grande pubblico non ama la tecnologia”, che “non tutti usano Internet”. E fra un alibi e l’altro hanno già perso tempo prezioso. Le persone sono più avanti delle aziende e l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi lo conferma, quando troviamo ancora, ad esempio, la grande compagnia che chiede il fax per modificare una residenza mentre fra di noi comunichiamo con whatsapp, facebook o altri canali immateriali.

Il 2016 sarà l’anno della consapevolezza. Se adesso il capoazienda di una grande compagnia telefonica, che fino a poco tempo sosteneva che in Italia non ci fosse domanda di banda larga, racconta che lì dove questa benedetta banda larga è finalmente arrivata oltre il 30% di chi aveva l’adsl l’ha richiesta, allora vuol dire che qualcosa si muove. Che c’è ancora speranza. Certo non possiamo aspettarci che spunti in Italia un visionario come Elon Musk, che ha fatto di Tesla il simbolo globale dell’innovazione, ma vogliamo e dobbiamo credere che almeno un’azienda italiana possa entrare nella prossima classifica delle più innovative del mondo, visto che in quella del 2015 non ce n’era neanche una.

La ripartenza va agganciata e sarà possibile solo se ci attrezzeremo velocemente e nel migliore dei modi. Anche le fabbriche dove si producono beni materiali non possono più funzionare come se non ci fossero Internet of Things e Big Data. È la frontiera dell’Industry4.0. Gli imprenditori più avvertiti lo hanno capito, ma molti credono ancora che siano solo questioni per tecnomaniaci e nuovi intellettuali digitali. Una grande responsabilità avranno in questo senso le associazioni di categoria, soprattutto nel non lasciare fuori, e indietro, le aziende più piccole ma non per questo condannate alla segregazione digitale. Guardando alla “gente”, tutti hanno uno smartphone, marca e modello dipendono dal portafoglio, ma nessuno è più disposto a farne a meno.

In conclusione il 2016 sarà l’anno dell’open innovation che, per il docente di Berkley che coniò l’espressione poco più di 10 anni fa, è: “Il nuovo imperativo per creare e trarre profitto dalla tecnologia”. Chiaro? È stato persino calcolato quanto può valere questa “apertura” al nuovo: 35 miliardi di euro, l’1,9% del Pil. Una vera e propria rivoluzione, se si pensa che previsioni di crescita per il 2016 oscillano tra lo 0,8% e l’1,5%. Una rivoluzione che si può fare anche con le startup, che se ben “usate” possono diventare quel turbo necessario per non perdere il treno. Non è un caso che in diverse occasioni pubbliche il consigliere per l’innovazione del premier Renzi, Paolo Barberis, ha cominciato a parlare di possibili incentivi per le aziende che investiranno in open innovation, che può diventare il perno di una innovativa politica economica.

Quindi meno marketing e più strategia da parte delle aziende nell’affrontare la digital transformation. Nel 2016 non basterà più inventare un nuovo prodotto o avere una campagna di comunicazione più creativa e digitale del solito. È arrivato il momento di cambiare pelle. Anzi, anche una buona parte dei neuroni. E  molti muscoli. Insomma, non è più tempo di muta ma di mutazione.