Fintech, investimenti in vista per le startup della finanza

Nel 2014 l'Italia ha scommesso solo 7 milioni di euro in neo-imprese attive nell’innovazione dei servizi finanziari. Ma dall'evento FinTechStage di Milano emerge l'interesse degli investitori internazionali. Belinky, managing director del fondo Santander Inno Ventures: «Potremo scommettere a breve su qualche impresa italiana»

L'evento

di Maurizio Di Lucchio

Le risorse globali intorno al fintech aumentano, l’Italia è ancora in ritardo, ma le startup del nostro Paese attive nelle tecnologie finanziarie riscuotono interesse presso i fondi di investimento internazionale. È questa l’indicazione più incoraggiante che arriva dal FinTechStage, l’evento dedicato all’innovazione fintech sponsorizzato da UniCredit che ha fatto incontrare il 30 e 31 marzo banche, nuove imprese e investitori a Milano.

Stando ai dati di Accenture, nel 2014 la cifra totale investita nel fintech a livello globale è stata di 12 miliardi di dollari e nel settore sono stati conclusi affari miliardari come l’investimento di 3,5 miliardi di dollari di KKR e altri in First Data, azienda attiva nei servizi di pagamento, oppure come gli 865 milioni di dollari raccolti a Wall Street dalla società di prestito peer-to-peer Lending Club.

In Italia la situazione è ben diversa. Secondo l’elaborazione di StartupItalia, l’anno scorso nel nostro Paese sono stati investiti più di 7 milioni di euro in nuove imprese innovative attive nell’innovazione dei servizi finanziari. Meno dell’uno per cento rispetto al totale mondiale.

Ma l’umore degli investitori è ben diverso, a partire dai fondi di investimento creati dalle grandi banche globali per dedicarsi specificamente alle startup fintech. L’Italia desta l’attenzione anche dei big player. “Per un fondo come Santander Inno Ventures (il VC di Santander focalizzato sull’innovazione fintech, ndr), l’Italia rappresenta una grande opportunità di investimento”, dice a EconomyUp il managing director del fondo, Mariano Belinky. “Il vostro è un Paese pieno di talenti e in cui le imprese finanziarie hanno una lunga tradizione: ci sono grandi banche. Non a caso, stiamo esplorando il vostro mercato e abbiamo individuato almeno due o tre startup molto interessanti. Non escludo che a breve investiremo su qualche impresa italiana”.

Gli fa eco Mircea Mihaescu, partner di SBT Capital, fondo inglese da 100 milioni di dollari. “In un solo giorno, qui in Italia, abbiamo visto oltre 40 startup e confermo che stiamo cercando nuove imprese italiane nel fintech in cui investire”.

Le prospettive, insomma, non sono negative. E alcuni dati che fanno ben sperare arrivano da Accenture. “Le banche - spiega Pier Carlo Gera, senior managing director di Accenture Strategy - stanno diventando sempre più ‘everyday bank’, un modello in cui gli istituti non si limitano a offrire servizi finanziari ma allargano l’offerta ai servizi non finanziari e fanno da intermediari tra i propri clienti ed alcune piattaforme partner. Offrono di tutto, da assicurazioni a prodotti tecnologici a sconti ad hoc. E da questo punto di vista, anche le grandi banche italiane si stanno muovendo verso questi scenari guardando con grosso interesse alle innovazioni fintech.

Secondo Gera, in almeno due campi si possono trovare gli elementi su cui si può basare la crescita italiana nell’ambito delle tecnologie bancarie-finanziarie. “L’utilizzo degli smartphone, essenziale per lo sviluppo di questi servizi, è molto alto in Italia ed è sugli stessi livelli della media Ue. Inoltre, la penetrazione del digital banking è ampia - 21 milioni di conti correnti sono online, circa il 70% del totale dei conti bancari - e procede con gli stessi tassi di crescita europei: nel 2004, la percentuale di adulti che faceva uso di servizi bancari digitali era del 9% e dieci anni dopo è arrivata al 31, mentre in Ue si è partiti dal 23% e si è arrivati al 49%”.

Aree in cui invece c’è ancora da lavorare sono, dal punto di vista di Accenture, le transazioni mediante carta - con conseguente abbandono del contante - e l’ecommerce. “Su questi aspetti - conclude Gera - l’Italia è ancora in ritardo”.