Dai robot al reddito di cittadinanza: la vera questione è la redistribuzione del reddito

Il progresso tecnico che "uccide" posti di lavoro avanza non solo in fabbrica, ma anche in ospedali, supermercati, studi professionali e persino tra i camionisti. Lo Stato è assente, quello italiano più di altri. Perciò servono grandi cambiamenti. Come il salario di cittadinanza

Scenari economici

di Fabio Sdogati

Si fa un gran parlare di robots e intelligenza artificiale, da qualche tempo. Certo, da noi si fa finta che siano un ‘fatto’, ma non lo sono per niente: prevalentemente chiacchiere, un po’ come se Fedro avesse fatto organizzare alla sua oca una tavola rotonda sulle doti del vino (lo so, era una volpe, ma le volpi non starnazzano), che l’uva la vedeva ma non poteva raggiungerla. Altrove, in paesi più o meno lontani, l’abbiamo sentito tutti, robots ormai riforniscono i reparti ospedalieri di medicine, riportano indietro i campioni con i prelievi, assistono fior di chirurghi per ridurre la probabilità di errori in sala operatoria, fanno ricerca per gli avvocati, a San Francisco servono persino il caffè. La strada è evidente, non dico che basterebbe copiare ma certo lo sforzo non appare mortale. Per l’intanto, accontentiamoci del convegno, noi italiani, chè a far filosofia siamo bravi.

In una intervista utile assai, il mio collega Mariano Corso mette in collegamento concetti/problematiche come robots e intelligenza artificiale, produttività, distribuzione del reddito, reddito di cittadinanza. Purtroppo lo spazio di un'intervista non permette di spiegare bene i collegamenti logici e l'importanza delle questioni meriterebbe ben altro sviluppo. Ci provo io ad articolare il ragionamento in maniera più reader-friendly. In breve: che ci azzecca il primo anello della catena del ragionamento, il robot, con l’ultimo, il reddito di cittadinanza? Riporto CorsoSe diciamo che la soluzione non è nella tassazione degli investimenti, dovremmo anche aggiungere che piuttosto sarebbe utile detassare il lavoro. In prospettiva il reddito di cittadinanza è una misura che trovo ovvia, soprattutto dal momento che stiamo assistendo a una polarizzazione dei redditi e del lavoro: si va verso uno scenario in cui poche persone lavorano tantissimo e hanno livelli di produttività sempre maggiori, e una fetta crescente di persone schiacciate verso lavoro a bassissimo contenuto di competenze.”

0. L’origine del dibattito. Qualche settimana addietro il grande (non è ironico) Bill Gates ha proposto che l’impiego dei robots nelle attività produttive venga tassato, e che i proventi dell’imposizione vengano utilizzati per finanziare la formazione dei lavoratori disoccupati dai quei robots. L’idea è, ovviamente, ridicola: tassare il progresso tecnico!? Qualcuno, non ricordo più chi, ha detto che siamo grati agli inventori per quello che hanno inventato, ma sarebbe bene che poi lasciassero certe discussioni ad altri. L’idea è stata accantonata, con motivazioni solide e la classe che gli è propria, da Lawrence Summers. Altri, e qui entra in scena Mariano con la sua intervista, sviluppano un ragionamento che provo a snocciolare.

1. Il ‘problema dei robots’ è il problema che pongono tutte le forme di automazione e meccanizzazione: essi inducono nel processo produttivo aumenti importanti di produttività.  A questo livello di astrazione i robots non sono in nulla diversi dalle macchine a vapore o dai telai meccanici di secoli addietro: sono, cioè, progresso tecnico che consente di risparmiare lavoro a parità di prodotto. In linguaggio meno forbito, distruggono posti di lavoro.

2. Tradizionalmente, il ragionamento sul ‘come’ riassorbire la forza lavoro eccedente ha avuto, come sempre in cose economiche, due classi di risposte diverse. La prima, la risposta dei credenti nel libero mercato, prevedeva che i lavoratori disoccupati, o loro equivalenti, sarebbero stati riassorbiti in parte nella fabbricazione delle diavolerie tecnologiche che ne avevano prodotto la disoccupazione e, in parte, nei nuovi lavori, nelle nuove ‘professioni’. Il che richiede formazione, certo, ed è proprio questo su cui tutti sono d’accordo (tranne gli imprenditori italiani, che spendono in formazione per dipendente un terzo di quello che spendono i loro equivalenti belgi).

3. Ma c’è un ‘ma’. Il ragionamento sub 2 può essere appropriato, almeno in via di principio, in tempi ‘normali’, quando il ritmo del progresso tecnico è, diciamo così, non tumultuoso. Ma se tumultuoso lo è? Corso presuppone proprio che questi presenti siano tempi di cambiamento tumultuoso, radicale, vasto, disruptive credo si dica. Che si fa in queste condizioni? Come si governano un’economia e una società in cui la disoccupazione cresce a ritmi eccezionali e, una volta cresciuta, non viene riassorbita dal normale ciclo della ripresa?

4. Da ottant’anni a questa parte la risposta intelligente a questo quesito è stata: forzare la ripresa, alimentare la domanda di beni e servizi mediante la spesa pubblica, oggi si direbbe ‘in infrastrutture’ ma, ovviamente, l’indennità di disoccupazione fa sempre parte del pacchetto di rilancio della domanda e dell’attività produttiva. Non resta poi che pregare che ci sia una classe imprenditoriale capace di riconoscere i venti del cambiamento, accettare la sfida delle aspettative in miglioramento, lanciandosi in progetti che tornino pian piano a dare all’intrapresa privata quel ruolo che da secoli le riconosciamo.

5. Ma sappiamo bene che le questioni economiche hanno dimensione e significato soltanto in quanto concepite e pensate in un contesto sociale. Ed ecco che siamo allora al punto cruciale del ragionamento: come si fa quando la disoccupazione tecnologica irrompe sulla scena, ma le politiche keynesiane di contrasto-cum-rilancio vengono rifiutate dai governanti in nome dei bilanci in pareggio, come rifiutate sono da dieci anni ormai in Europa (e con gli Usa che si stanno avviando sulla stessa strada)? Non sarà bene aprire gli occhi e vedere la combinazione mortale di progresso tecnico rampante e Stato assente? E poi, dice Corso per buona misura: non dovremmo vedere che viviamo in una società in cui la distribuzione del reddito è paurosamente diseguale, con i ricchi che risparmiano e i poveri che non consumano? A che cosa serve tutto questo aumento di produttività se non ad una vita migliore? Dice: si, ma la produzione verde…. Ma per piacere, rispondo io, guardati attorno, guarda le strade di Milano che sono diventate un dormitorio, non mi parlare di verde, una cosa che apprezziamo tu e, forse, io. E poi, non sono mica in contraddizione ambiente e dignità umana, o no?

6. Ultimo anello della catena: il salario di cittadinanza. Su questo concetto di ‘salario di cittadinanza’ il dibattito infuria. La destra argomenta che la proposta è irragionevole su tre livelli: 1. che i bilanci pubblici sono già in difficoltà (te pareva!), 2. che un reddito possa non essere dipendente dall’erogazione di uno sforzo lavorativo (ma allora nessuno lavorerà più, poffarre!); e 3. che il finanziamento venga da una redistribuzione del reddito di larga portata che intaccherà, ovviamente e principalmente, redditi e ricchezze veramente consistenti. La sinistra, d’altro canto, si affanna a scrivere libri, mostrare logiche ferree e delineare utopie realistiche, studiare e descrivere esperimenti finlandesi (niente di meno).

Concludo. Non stiamo vivendo tempi facili. Il progresso tecnico di tipo labor-saving avanza in fabbrica, negli ospedali, nei supermecati, negli studi professionali, tra i camionisti. I governi non lo vedono o, se lo vedono, ignorano. Il nostro / i nostri più di qualunque altro. Incontrastata, la disoccupazione avvelena la nostra società e toglie dignità alle persone. E’ tempo di grandi cambiamenti, Mariano ha ragione.

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