Il re-shoring sbandierato da Trump non è una buona idea

Le recenti esternazioni del presidente Usa hanno entusiasmato chi pensa che la globalizzazione potrà essere fermata e i processi produttivi rinazionalizzati. Un'assurdità, perchè i costi per le imprese sarebbero enormi. E usare i robot al posto degli umani non sarà la soluzione

Scenari economici

di Fabio Sdogati

Come ebbe a dire il grande Umberto Eco, non esattamente con queste parole, Internet e i social hanno dato voce a molti – o, direi io, ci hanno costretto a sentirne di tutti i colori. Per esempio, abbiamo letto negli ultimi anni che 'c'è il re-shoring’, cioè il rientro in Paesi ad alto reddito pro capite di attività, generalmente manifatturiere, off-shored tempo addietro. Balle. Un fenomeno statisticamente irrilevante ed economicamente perdente. Quelli che vedono tanto reshoring attorno a sé, gli impauriti dal diverso e dal grande, gli amanti del piccolo è bello e del proprio pianerottolo, hanno recentissimamente preso coraggio dalle dichiarazioni del nuovo presidente Usa, il quale ha annunciato urbi et orbi che riporterà in quel Paese quei posti di lavoro che le imprese Usa hanno ‘esportato’ negli ultimi quarant’anni. Balle. Si guardi questa mappa e si capirà perché e per come balle sono e balle restano:

Per capire di che cosa si sta parlando, è bene sottolineare che che stiamo parlando di scelte produttive che non riguardano soltanto Boeing: nel 2011 Pascal Lamy, allora direttore generale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, scriveva sul Financial Times che il modello delle merci ‘Made in’ un solo Paese poteva forse andar bene trent’anni prima, ma che ormai nel 2011 sostanzialmente nessuna merce avrebbe più dovuto recare il marchio ‘Made in’ un certo Paese. Perché? Perché nessuna merce o quasi, sosteneva correttamente Lamy, veniva più prodotta con inputs produttivi provenienti da un solo Paese. E, sia detto per inciso, anche al Politecnico di Milano, oltre che per esempio all’Università di Rochester, N.Y. e alla University of Michigan, si faceva già da anni ricerca su questo modello produttivo che sarebbe divenuto noto nel 2001 come modello della frammentazione internazionale della produzione.

Reshoring, dunque. I sostenitori della tesi secondo cui è in atto l’inversione di tendenza insita nel modello di frammentazione internazionale dei processi produttivi, cioè il re-shoring, ci pongono, inconsciamente, un problema poco affrontato: che ruolo potrebbe giocare la tecnologia nel processo di ri-configurazione del processo produttivo globale? Cioè: è pensabile un progresso tecnologico talmente rapido e spinto da rendere il ‘re-shoring’ verso i Paesi ad alto reddito pro capite una strategia profittevole? È veramente concepibile che sia in atto, o comunque facilmente attivabile, un processo di ri-nazionalizzazione dei processi produttivi che avevano trovato nella frammentazione internazionale la competitività e la profittabilità cui si siamo abituati? È finito un ciclo della globalizzazione?

1. Anzitutto un poco di storia

La ‘globalizzazione’ non è un fenomeno recente, e non ha preso una sola forma. Cesare era andato in Gallia, no? E che cosa era la Compagnia delle Indie, se non il maggior agente mai conosciuto della globalizzazione commerciale? E l’impero inglese non era globalizzazione commerciale in modalità occupazione militare?

La forma eclatante della globalizzazione recente, diciamo dell’ultimo mezzo secolo, è quella della globalizzazione delle attività produttive. Non sono più gli eserciti che si spostano, sono segmenti di processi produttivi: la supply chain, si dice correttamente, non è più locale, ma globale. Certamente un fenomeno inquadrato dalla politica e da essa guidato in modi, forme e tempi diversi, ma un fenomeno essenzialmente d’impresa. È l’impresa che decide quali fasi del processo produttivo non le conviene più tenere in casa e invece comperare il prodotto sostituto altrove, vuoi perché migliore, vuoi perché meno costoso, vuoi perché ciò consente presenza commerciale nel Paese in cui va ad approvvigionarsi. (Gli italiani, ossessionati dall’idea della ‘delocalizzazione’ e dal differenziale del costo del lavoro che la ‘delocalizzazione’ consente di sfruttare, faranno bene a guardare nella figura sopra in quali paesi Boeing si approvvigiona e chiedersi come mai non lo faccia in quella miriade di Paesi in cui il costo del lavoro è più basso).

2. Off-shoring di segmenti di processi produttivi

V’è, ovviamente, chi pone il problema di un eventuale re-shoring di massa in termini di differenziali del costo del lavoro. Purtroppo costoro non lo fanno in termini di costo del lavoro per unità di prodotto, come sarebbe corretto fare, ma di solo costo del lavoro. Non importa, Umberto Eco ci aveva avvisati, andiamo avanti comunque.

La storia viene raccontata grosso modo così. Ad un certo punto, e progressivamente a livello di massa, le imprese scoprirono che il costo del lavoro era più basso in Cina, e dintorni, di quanto non fosse negli Usa. Cominciarono quindi ad approvvigionarsi in quei paesi, vuoi semplicemente comprando da imprese esistenti, vuoi investendo direttamente in capacità produttiva. Il gran differenziale del costo del lavoro, si diceva, rende l’operazione profittevole.

Ora, che il differenziale di costo del lavoro conti è certo, ma conta a parità di produttività: se un impagliatore di sedie costa x nel paese A e 2x nel paese B, ed entrambi impagliano due sedie l’ora e a parità di qualità del prodotto, allora necessariamente l’impresa, nata in A o in B che sia, sceglierà di lavorare nel paese A. Ma se la produttività dell’impagliatore del paese A fosse di una sola sedia l’ora, allora l’impresa sarebbe indifferente tra le due localizzazioni, o no? E se fosse di 0,9 sedie/h, allora avremmo una inversione dei modelli di specializzazione perché sarebbe più conveniente impagliare in B, nonostante il costo del lavoro vi sia doppio di quello in A, poiché la produttività vi è più che doppia.

3. Entra in scena il progresso tecnico

Bene. Immaginiamo ora una situazione di partenza in cui le imprese del paese B facciano impagliare nel paese A (questa è, sembra di capire, la ‘esportazione di posti di lavoro’ che le imprese Usa avviarono oltre quarant’anni fa e di cui parlano oggi i nuovi nazionalisti). Che cosa avverrebbe se le imprese del paese B vivessero una fase di cambiamento tecnologico che portasse al raddoppio della produttività? Vale a dire, se il progresso tecnico in B consentisse di impagliare due sedie l’ora, e quindi a parità di costo del lavoro per unità di prodotto rispetto ad A, sarebbe ragionevole pensare che le imprese di B ‘riporterebbero in patria’ le lavorazioni che avevano affidato alle imprese di A? Beh, nulla è impossibile. In questo caso, è sufficiente che si verifichino due condizioni:

1.   La prima condizione è che le imprese di B siano disposte a spendere in ricerca e sviluppo e, in ultima istanza, nella nuova tecnologia. Si chiama investimento. Spesa per investimento. Saranno disposte a sostenere la spesa? Si noti il corollario: tutta la supply chain globale esistente (vedi la figura del Dreamliner sopra), operativa da decenni, andrebbe smantellata; le competenze dei fornitori esteri ricostruite in patria, ecc;

2.   La seconda condizione è che le imprese di B possano continuare a sfruttare il differenziale di costo del lavoro per unità di prodotto per tutto il periodo necessario al rimpiazzo delle vecchie tecnologie produttive con le nuove. Quanto tempo occorrerà? Dipende, in alcuni processi produttivi si tratterà di qualche mese, per altri di qualche anno, per altri ancora sarà costosissimo e/o lunghissimo.

Ed ecco allora smontata la fantasia dei robot che consentiranno ai protezionisti Usa di riportare a casa quei segmenti di processo produttivo attualmente all’estero: perché, si dice, l’impiego di robot in produzione costa tanto in Cambogia quanto a Detroit, e dunque vale la pena averli in casa.

Questi sono solo pensieri introduttivi che occorrerà sviluppare, ma una prima indicazione sembra emergere già. No, non sarà questa la volta buona dei nazionalisti: la ricerca della profittabilità da parte delle imprese è ancora più forte della voglia di autarchia di chi ha paura del mondo.

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