Furbo chi legge (con senso critico) le notizie online, riconoscendo quelle false

Ci stanno lavorando tutti, da Google a team universitari, ma sembra molto difficile affidare a un algoritmo il compito di svelare le bufale in rete. Ecco perché diventa fondamentale sviluppare la capacità critica dei lettori che resta ancora superiore a qualsiasi soluzione di machine learning o deep learning

i'm no guru

di Cristina Pozzi*

Cristina Pozzi, founder di ImpactSchoolCristina Pozzi, founder di ImpactSchoolCi stanno lavorando Google, Facebook, intere masse di persone con una campagna in crowdsourcing lanciata da Eli Pariser (co-fondatore di Upworthy), gruppi di universitari attraverso hackathon e molti altri. È il problema del secolo e nessuno ne viene a capo: come fare a riconoscere in modo automatizzato e affidabile una notizia online falsa da una vera?
Non solo sembra molto difficile affidare quest’attività ad un algoritmo, per quando possa essere “intelligente”, ma sembra esserlo anche per noi umani, che, spesso, non siamo in grado di fare questa distinzione da soli.

Il fatto è, che non si tratta di una novità del XXI secolo, ma di un tema ricorrente nella storia dell’umanità. Basti pensare, ad esempio,  al celebre esperimento radiofonico di Orson Welles, in grado di seminare il panico facendo credere ad un’invasione aliena nel 1938.

Il gossip e l’informazione sono una nostra importante prerogativa fin dai tempi dell’Homo Sapiens che si è evoluto anche grazie alla sua capacità di fidarsi degli altri e di collaborare con gruppi d’individui sempre più grandi, basandosi proprio sul gossip come facilitatore. Sarebbe, infatti, più facile affidarsi ad uno stregone o a un commerciante mai conosciuti prima, conoscendo qualche dettaglio in più sulle loro abitudini e sulla loro vita personale.

Fidarci, dunque, delle informazioni ottenute da terzi, è, una grande risorsa degli essere umani, ma è anche una grande debolezza quando le informazioni risultano poco affidabili e cominciano ad andare ben oltre al semplice gossip.

È necessario, infatti, distinguere tra il gossip e le notizie false. Il gossip puro non è pericoloso: in quanto tale lo leggiamo con leggerezza e ne conosciamo i forti limiti. È un po’ come leggere l’oroscopo: ci piace farlo ma, sotto sotto, sappiamo bene che non è reale.

Quello di cui parlo qui è, invece, il caso delle notizie false diffuse sul web con malizia e, spesso, con obiettivi finanziari e di potere. Non si tratta più di parlare dei fatti propri delle persone, ma di infangarne il nome, di creare il panico nel pubblico, di influenzare le opinioni e le azioni delle persone.

Anche questo è un problema che è sempre esistito, soprattutto in politica. Dopotutto nell’antica Grecia, le arti della retorica si sono diffuse proprio grazie alla forma di governo della democrazia ateniese, dove prevaleva chi era in grado di vincere il favore del pubblico, influenzandone le opinioni. Ed è, infatti, proprio in politica, che oggi è fatto un uso spropositato di questo strumento.

Innanzitutto, va detto, che nell’era dell’informazione e della diffusione via internet, il fenomeno ha acquisito un’importanza molto maggiore del passato e ci troviamo inermi di fronte agli effetti moltiplicatori della tecnologia. Se, da un lato, vige una libertà che è unica della nostra epoca, dove tutti possono scrivere online, diffondere notizie, foto, video di qualunque tipo, su migliaia di diverse piattaforme, e l’informazione non è più in mano solo a pochi, che potrebbero utilizzarla come forma di potere; dall’altro lato, però, questa libertà, fa sì, che non siano più solo persone e fonti accreditate ed autorevoli a diffondere le informazioni, andando ad aumentare in modo esponenziale il numero di notizie false, o quanto meno superficiali, diffuse ogni giorno online.  

I luoghi della fruizione delle notizie non sono più luoghi protetti come poteva essere un quotidiano o un’enciclopedia internazionalmente riconosciuta. Oggi, la rete, è la nostra principale fonte d’informazione e una grande percentuale di persone ammette di utilizzare i social network come unica fonte di informazione ( 62% negli USA).

Tutti questi luoghi (blog, quotidiani, piattaforme e social network) vivono, per la maggior parte, di pubblicità e, quindi, di traffico e hanno tutto l’interesse ad attirare il maggior numero di persone possibile, utilizzando anche gossip e notizie false che catturino l’attenzione dei lettori. E trovano terreno fertile in un pubblico che predilige teorie complottistiche e opinioni, che supportino i propri pregiudizi e che non sente l’esigenza di verificare dati e fonti di un articolo o di un’opinione fintanto che questa è in linea con le proprie.

La recente campagna Trump vs Clinton, ha acceso i riflettori su questo fenomeno che ha proporzioni maggiori di quanto si possa pensare.

Innanzitutto va notato che tantissime notizie diffuse nel periodo di campagna contro l’uno o l’altro candidato, erano pubblicate da account verificati e da personaggi conosciuti e di spicco nel mondo dello spettacolo. Questo fatto, ha reso spesso ancora più difficile distinguere una notizia vera da una calunnia. Non solo, tantissime notizie false sono diffuse sul web con una veste grafica che le fa somigliare in modo quasi irriconoscibile, a notizie provenienti da quotidiani e siti d’informazione autorevoli, rendendo ancora più difficile per il lettore, discernere quelle vere da quelle false. E non serve nemmeno una grande abilità grafica perché non importa tanto il sito vero e proprio da cui arrivano le news, dal momento che vengono fruite su luoghi come Facebook, che applica framework che fanno sembrare autorevoli anche news che nell’originale hanno una grafica che farebbe scappare chiunque.

In questo contesto sembra facile comprendere i risultati dello studio durato quasi un anno e recentemente pubblicato da Stanford, secondo cui su un campione di oltre 7.000 studenti tra i 13 e i 21 anni, più del 90% ha mostrato di non essere in grado di comprendere quali fossero le informazioni attendibili che leggevano sul web.

E, come scrivevo sopra, il problema è che le notizie lette sul web sono utilizzate dai lettori per formarsi opinioni che ne influenzano le azioni e le scelte sociali e politiche. Risale a pochi giorni fa il caso estremo, verificatosi a Washington DC, dove un uomo ha sparato in una pizzeria che, secondo alcune fonti, sarebbe stata teatro di uno scandalo di abusi e pedofilia con al centro la Clinton. Sono già tante le ideologie e le opinioni che causano morti e feriti nel mondo, perché aggiungere questa forma di “marketing” che c’è sfuggita di mano?

Come dicevo si tratta di un problema ormai riconosciuto anche da giganti come Facebook, che ci stanno lavorando per trovare una soluzione affidandosi, ancora una volta, alla tecnologia. Prima di arrivare a una soluzione automatizzata e che utilizzi algoritmi di machine learning o deep learning per risolvere il problema, dovremmo però analizzare a fondo tutti i fattori che contribuiscono a renderlo così diffuso (media e piattaforme web, aspetti grafici, obiettivi degli autori e delle piattaforme, autorevolezza, propensione dei lettori…) ed intervenire su ognuno di essi in modo coordinato. Ma, soprattutto, dovremmo diffondere e insegnare la capacità critica nei lettori in modo da aiutarli a muoversi nel modo giusto online, sfruttandone appieno le potenzialità senza subirne le conseguenze negative.

Cristina Pozzi è fondatore e amministratore delegato di Impactscool, organizzazione aperta che porta formazione immersiva e gratuita nelle scuole e nelle università su tecnologia e innovazione e sugli impatti sociali e morali dei cambiamenti che provocano. Fondatore di SingularityU Italy. In passato è stata co-fondatore e Direttore Generale di Wish Days, storia di successo italiana creata nel 2006 e venduta ad un gruppo internazionale nel 2016. Scrive di tecnologia sul suo blog http://www.imnoguru.com.