Do-it-yourself innovation: una storia straordinaria

Il New York Times ha raccontato la vicenda di un papà ingegnere che ha inventato un sistema per monitorare a distanza la glicemia della figlia diabetica. Un caso di "user-drìven innovation" che ha subito creato un movimento di innovazione che nasce dal basso, grazie alla diffusione della tecnologia

Scenari Economici

di Fabio Sdogati

È noto a tutti quelli che mi conoscono che, nonostante 26 anni di presenza ininterrotta al Politecnico di Milano, io sono un analfabeta in tema di innovazione. Spero dunque in un occhio di riguardo da parte del lettore se dovesse scoprire che sto usando espressioni relative all’innovazione poco accurate o, peggio, errate. Voglio dire: esiste la do-it-yourself innovation, espressione che io uso addirittura nel titolo? O non avrei invece dovuto usare una di queste formule che vanno tanto di moda e fanno tanto cool, tipo disruptive innovation, cooperative innovation, e altre balle del genere!? Vedremo. La parola d’ordine rimane: la ciccia prima delle chiacchiere.

Oggi riprendo pari pari un articolo del New York Times del 23 febbraio perché ne ho trovato il contenuto fantastico, e mi ha spiegato cosa sia questa epoca che stiamo vivendo, quali ne siano le potenzialità, quanto e a quanto basso costo sarebbe possibile migliorare in maniera importante la vita di tanti.

La storia è presto detta. Bambina di 4 anni diagnosticata affetta da diabete di tipo 1: devastante per i genitori, una vita che si prospetta una guerra alla malattia, per la bambina come per loro. Mamma e babbo ingegneri (dimenticavo: Rochester, N.Y.), i medici dicono loro di scrivere accuratamente su un foglio i valori della glicemia della bambina, ogni giorno, con ordine e cura. I dati prima di tutto, con il diabete.

Ma mamma e babbo sono ingegneri, probabilmente si guardano in faccia e si chiedono in che mondo vivano i diabetologi con cui parlano. E prendono due decisioni: la prima è ‘normale’: comprano un apparecchio per la lettura permanente del livello della glicemia, un ago sotto la pelle, lettura ogni 5 minuti, una produzione di dati favolosa, altro che la ‘puntura’ che tradizionalmente i diabetici si fanno per produrre la goccia di sangue da cui un certo apparecchio effettua la lettura. E dopo, che si fa di questi dati? Beh, il babbo scrive un programmino che spedisce i dati dal sensore al suo computer, allo smartphone e, negli ultimi tempi, al suo orologio. Da quel momento in avanti l’adulto può controllare la situazione dal lavoro, durante un viaggio, sostanzialmente in qualunque condizione.

Embè? Adesso viene il bello. Il babbo condivide la notizia su Twitter, e scopre (cito testualmente in NYT) “una moltitudine di genitori che vogliono trasformare/integrare strumentazione commerciale in soluzioni ‘fatte in casa’, artigianali. Questo ‘movimento’ ha messo in moto una spinta forte, egualitaria, che mira a migliorare la tecnologia per la gestione della cura del diabete, un fenomeno fino ad ora poco presente nel mondo top-down della strumentazione medicale.’ User-driven innovation!

Sono certo che tutti andranno a leggersi direttamente il resto dell’articolo, che quindi smetto di riassumere. Voglio invece proporre delle considerazioni a partire da una frase di Marx che mi sembra particolarmente interessante in questo contesto. Per Marx, esiste una lotta costante tra lo ‘sviluppo delle forze produttive’, oggi chiamate ‘tecnologia’, e i ‘rapporti di produzione esistenti’, diciamo i rapporti di proprietà. Le forze produttive sono le forze che cercano di scardinare l’ordine esistente, quelle a cui vanno stretti i rapporti di proprietà esistenti perché impediscono loro di svilupparsi costantemente. In soldoni: perché queste soluzioni ‘artigianali’ per la gestione della cura del diabete? Perché, dice (direbbe) Marx, lo sviluppo della tecnologia è dirompente, particolarmente oggi, quando i risultati del progresso tecnico sono capillarmente diffusi, e uno straccio di padre (ingegnere) disperato avvia la ricerca di soluzioni che le grandi case farmaceutiche non hanno trovato, o forse non hanno cercato, o addirittura di cui non hanno neanche percepito la necessità. Favoloso. Disruptive innovation? Boh. Più prosaicamente, è l’emergere di un gruppo di interesse che mette mano direttamente al problema che lo identifica come tale grazie al fatto che la tecnologia, e l’accesso ad essa da parte di porzioni significative di appartenenti al gruppo, è matura abbastanza perché la si possa prendere nelle proprie mani. Fatto interamente nuovo no, tanto è vero che ci rimanda al movimento dei maker, al tinkering, eccetera; ma certo qualcosa che profuma forte di people’s empowerment.

Certo però che nel momento in cui esultiamo per questo episodio e per aver scoperto la possibilità che altri mille fiori possono fiorire, un quesito deve rimanere sempre vivido: e per quelli che un babbo così non l’hanno? Che si fa, credenti nelle virtù del libero mercato? Ci pensa Lui (il mercato)?