La Ferrari corre a Wall Street ma dopo la crisi parte la gara dell'innovazione

Il collocamento del cavallino rampante è considerato il segnale della ripresa "in atto". Le imprese italiane sono pronte a mettersi sulla scia? Qualche dubbio è legittimo, vista la scarsa domanda di innovazione, soprattutto tra le medie aziende. Che non vedono le opportunità delle tecnologie e del cambiamento

Buona visione a tutti

di Giovanni Iozzia

La Ferrari scende in pista a Wall StreetLa Ferrari scende in pista a Wall StreetLa ripresa è una realtà in atto, dice il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi salutando i nuovi Cavalieri del Lavoro. E c’è (per esempio qualche giornale radio) a chi piace leggere il collocamento a Wall Street della Ferrari come il simbolo ruggente della ripartenza. Il collegamento intercontinentale è una licenza poetica e come tale va concessa. Ma i segnali ci sono e sono forti. Solo un esempio: nel primo semestre 2015, dicono i dati Aifi, ci sono state tante operazioni di private equity quanto nell’intero 2014.

C’è aria di ripresa, quindi. Saranno in grado le nostre imprese di approfittare dell’onda positiva? No, se penseranno che, passata la crisi, è possibile riprendere il business come prima. Perché la trasformazione, provocata dalle tecnologie digitali, continua e non è detto che la consapevolezza sia chiara e sufficientemente diffusa. Prendiamo il rumore che si sta facendo sulle startup, l’innovazione più o meno open, la digital transformation, l’Internet delle Cose e i Big Data. Che cosa arriva nelle stanze delle piccole e medie imprese italiane? Quanto il bisogno è realmente sentito e quanto artificialemente indotto? Le oltre 4700 startup (per parlare solo di quelle innovative a termini di legge) a chi dovranno vendere il loro prodotti/servizi prima ancora delle quote del loro capitale sociale? C’è una reale domanda di innovazione?

A dare la sensazione di una scollamento fra l’ecosistema dell’innovazione e il più prosaico sistema Paese non sono solo gli occasionali incontri con grandi piccoli imprenditori o piccoli grandi manager che ancora non sanno se mettere il digital sotto il marketing o l’InformationTechnology. Ogni tanto a seminare il dubbio, il sospetto e poi la preoccupazione è anche qualche ricerca lasciata lì a decantare e poi letta in filigrana, scrutando tra torte e  istogrammi. Per esempio il Report sul Mid-Market che per il quarto anno anno GE Capital Italy affida a un team guidato da Paolo Gubitta, docente di organizzazione aziendale e imprese familiari a Padova e direttore scientifico dell’Area Imprenditorialità di CUOA Business School. I mille e passa executive intervistati confermano che il peggio è passato. Il clima è positivo tra la media impresa italiana, più piccola che altrove in Europa. In Gran Bretagna nel mid-market ci stanno le aziende con fatturato fra 15 e 80milioni di sterline, in Francia fra 10 e 500, in Italia tra 5 e 250.

Le medie imprese hanno ripreso a marciare, comprano, crescono e soprattutto guardano oltrefrontiera: la speranza e l’ottimismo stanno nei Paesi lontani. Come arrivarci poi è un altro discorso, ma almeno ci si pensa. Non a tutti va bene, ovviamente. Ma nel 63% dei casi il fatturato è in crescita (anche se meno che in altri Paesi europei). Sono ripartite le acquisizioni e ci sono settori che vivono un vero boom. Come quello dei KIBS, acronimo che sta per “Knowledge intensive business services”. Tutti quei servizi professionali, dalla web agency allo studio legale, che offrono alle imprese, soprattutto quelle manifatturiere, supporto per fare quei lavori che non sono capaci di fare da sole ma che sono necessari per crescere, in Italia come all’estero.

Ciò che colpisce è che in tutto il Report non compare mai la parola innovazione. La strategia di crescita prevalente è quella per via interna, acquisizioni o fusioni interessa solo il 16% del campione che non manifesta tanta voglia di aprirsi per innovare. Nella lista dei fattori che frenano il mid market ci sono la concorrenza dei competitor e il contesto economico, l’accesso ai mercati finanziari e la compessità fiscale, il costo dell’energia e la difficoltà di attrarre manager di talento. Nulla sulla difficoltà di innovare. E tra le sfide del mid market compaiono il contenimento dei costi e ancora il contesto economico, le minacce dei competitor affermati, l’attrazione dei talenti e il costo dell’anergia. Non pervenuta la necessità di essere disruptive. “Non è stata una nostra scelta”, si schermisce il professor Gubitta. Semplicemente l’innovazione non è tra i primi pensieri degli intervistati, né come sfida né come opportunità. Questo la dice lunga sulla reale attitudine di un pezzo importate del tessuto economico italiano al cambiamento e sulla sua capacità di approfittare della ripresa.. Adesso il rischio è enorme: perché i fatturati che tornano a crescere potrebbero far pensare che la crisi sia finita. Dimenticando che la trasformazione continua.